11.15.2007

un_ottimo_video_esplicativo

8.08.2006

Sulla conversione dell’esattore fiscale

Cos'è cambiato dai tempi dell'impero romano in merito al legalismo del prelievo dei tributi?
Per i discepoli del legalismo sarebbe davvero un problema tragico (o comico, data l'imbecillità assoluta) se la fine del mondo avvenisse di sabato, ipotizza ironicamente l'evangelista Matteo (Mt. 24,20): se per l'osservanza del riposo sabbatico questi malati mentali dovessero affrontare la fuga di sabato come la metterebbero?
Con queste parole Matteo sembra indicare che la sua conversione rispetto alla precedente professione di ESATTORE FISCALE anela primamente ad individuare l'alienazione mentale nell'uomo, e poi a sanarla. Parlando dei missionari idonei all’attuazione del suo programma sociale (Mt. 3,1 - 7,29), Matteo infatti afferma che il missionario della nuova esigenza sociale (nuovo regno, regno di Dio) dev'essere innanzitutto edotto sul concetto di sanità e di malattia (Mt. 8,1 - 11,1): sani sono coloro che presentano l'offerta prescritta da Mosè come tassa consapevole, cioè come denaro di donazione, che testimonia l'individuale capacità conviviale di socialità: "[...] Presenta l'offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro" (Mt. 8,4); malati sono invece i lebbrosi, cioè coloro che non sono toccati dalla mano (Mt. 8,3) di chi sa rovesciare i banchi dei cambiavalute (Mt. 21,12), e i pubblicani che siedono ai banchi delle imposte, vale a dire gli esattori tributari, diagnosticati da Gesù come soggetti malati che hanno bisogno del medico: "[...] «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati" (Mt. 9,11-12). La malattia dei legisti è una malattia antica come il mondo, ed oggi si manifesta ancora attraverso decreti e leggi, come se fosse cosa buona e giusta per gli uomini amarsi per decreto. Ciò non fu mai gradito al dio degli Eloìm!

Perché misericordia voglio, e non sacrifici,
la conoscenza degli Eloìm più degli olocausti (Osea 6,6)

Anticamente, per scrupolo di purezza, si evitava ogni rapporto con questi malati, cioè con i pubblicani e con ogni altro peccatore secondo la legge.
Gesù invece siede a mensa con gli esattori fiscali (Mt. 9,10) proprio perché questi discepoli del legalismo sono malati che devono essere curati.
La cura è spiegare loro il passaggio dal vecchio sistema di prelievo, che oggi si chiamerebbe reddituale (e che è purtroppo ancora quello attualmente vigente) al nuovo sistema di prelievo donativo.
Che significa prelievo reddituale o fiscalità reddituale?
Significa prelievo dal sudore della fronte, cioè dai sacrifici: mentre io lavoro per offrire il meglio di me al mondo, e soprattutto ai miei, per i quali mi sacrifico, tu, pubblicano, mi imponi il prelievo di una parte del risultato del mio sudore in nome della convivialità sociale. L'imposta sembra giusta. Però, se la si considera un po' più attentamente, ci si accorge che essa poggia su di un errore tecnico: l'errore consiste nel fatto che tutto l'"impianto" è condizionato dalla dichiarazione dei redditi, nel senso che se io dichiaro il giusto, l'economia funziona, altrimenti no. Dov’è il problema?
Il problema è sapere se è giusto dichiarare il giusto, di fronte al fatto che, per esempio, in Italia la riscossione delle imposte non funziona da almeno 21 secoli. E questo è un dato storico: basta leggere le famosissime Verrine, cioè le arringhe di Cicerone contro Verre in merito a gravi episodi di corruzione circa la riscossione delle imposte(1).
Sapere chi dichiara il giusto e sapere il motivo per cui è giusto dichiarare il giusto sono dunque per Matteo due conoscenze che non possono fargli proseguire la sua professione di agente tributario.
Egli decide di seguire Gesù.
Seguire Gesù significa agire secondo epicheia.
Agire secondo epicheia significa: pago il tributo se lo ritengo equo, non pago il tributo il cui impiego percepisco destinato a scopi ingiusti e immorali, come le guerre per esempio. E fino a prova contraria, la salute di ogni Stato si chiama guerra.
Le guerre si fanno perché con la fiscalità sui sacrifici (fiscalità reddituale attuale) si genera solo carestia e debito pubblico: "Le finanze devono essere riequilibrate" - diceva Cicerone nel 63 a.C. - "Il debito pubblico dev'essere ridotto. L'arroganza dei burocrati dev'essere mitigata e l'assistenza alle terre straniere ridotta, altrimenti Roma andrà in rovina"!
Ecco dunque perché l'errore tecnico della fiscalità sui sacrifici va risolto. Perché è dai tempi pre cristiani che dev'essere risolto, e non lo è.
Di fronte a questo problema il mondo si comporta ancora come se la concezione della sua rotondità non fosse mai nata, e come se nelle coscienze esso si presentasse ancora in forma piatta, o cubica, ecc.

Dev'essere assolutamente risolto questo problema, se si vuol parlare di essere cristiani (anche solo nel senso di essere umani).
Ecco perché Gesù, per spiegare la differenza fra sacrificio e misericordia, parlava con le parole del profeta Osea: MISERICORDIA IO VOGLIO E NON SACRIFICI (Osea 6,6), citate da Matteo (Mt. 9,13).
Ed ecco perché la conversione e la vocazione di Matteo sono all'insegna della conoscenza di questa differenza fra misericordia e sacrificio.
L’esattore fiscale Matteo si accorge che i contenuti di questi due concetti sono in contraddizione, dato che coloro che sono in grado di essere misericordiosi non hanno alcun bisogno di attenersi a sacrifici prescritti dalla legge, e dato che chi pratica la misericordia non sente tale misericordia come dovere, ma come diritto alla felicità ed alla vita.
Chi oggi studia economia in modo meramente intellettuale ha una certa difficoltà a percepire la scienza economica come scienza della fraternità (o della solidarietà): proprio nella misura in cui è disabituato, e dunque incapace di distinguere fra misericordia e sacrificio. La comprensione dell'economia, esige una logica concreta, integrale, non meramente intellettuale, ma anche immaginativa, ispirativa, ed intuitiva. C
on la mera logica intellettuale si può dimostrare tutto ed il contrario di tutto, e proprio per questo motivo, misericordia e sacrificio, bene e male, malignità e benignità, sono per l'economista universitario dei valori relativi (oggi infatti l'economia è diventata l'unica disciplina in cui due persone possono dividere un premio Nobel dicendo cose opposte: vedi http://web.tiscalinet.it/nonsoloeconomia/barzellette.htm ). E dato che nelle parole del profeta Osea “Perciocchè io gradisco benignità, e non sacrificio” (Osea 6,6) non vi sono le parole “denaro datato” o “fiscalità monetaria” egli non può rinvenirvi alcuna base per poter appoggiare una fiscalità benigna in luogo di una fiscalità maligna. Certamente ci sono anche le eccezioni, per esempio gli studi di Nicolò Giuseppe Bellia sulla fiscalità monetaria, che dal punto di vista profetico sopra citato, sono propedeutici alla distinzione moderna fra misericordia e sacrificio: ciò che l’uomo antico, in questo caso Osea, chiamava “sacrificio”, contrapponendolo alla benignità o alla misericordia, l’uomo moderno, in questo caso Bellia, chiama “fiscalità reddituale”, cioè prelievo dal reddito individuale, frutto di sudore e di sacrifici; ciò che invece Bellia chiama “fiscalità monetaria”, vale a dire prelievo dal capitale costituito dai valori monetari dell’intero pianeta (a partire dalla famiglia fino a tutti i popoli e società, costituite da intere popolazioni), per Osea era la tzedakà, o la “decima”, cioè la misericordia reale. In tal senso, tanto l’antica tzedakà quanto la futura “decima” della neofiscalità (fiscalità monetaria ordinaria) proposta da Bellia, non solo sono giuste ma sono sacre e sante(2).
Dice Osea: voglio l’amore e non il sacrificio (Osea 6,6). E questo è il diritto ed il giudizio(3), che i profeti da sempre sono chiamati a instaurare. È evidente che il versetto qui studiato scava un abisso tra due modi di raggiungere un mondo migliore: da un lato i sacrifici prescritti dalla legge, dall’altro l’amore, la misericordia. Vuole dire: uno è la tecnica religiosa, o la tecnica fiscale, l’altro è la dedizione personale. Forse la contrapposizione è un po’ semplificata, ma va in quella linea(4).
Dunque per chi sceglie come mestiere quello di controllare i tributi, osservarli come prelievo dal sacrificio, ed osservarli come prelievo dalla misericordia, è come osservare clinicamente infermità o sanità mentale.
Come la moneta è essenziale per la fiscalità sana, così il cuore è essenziale per la misericordia, perché la misericordia è il sentimento di carità per il quale la miseria altrui tocca il nostro cuore. Grazie a tale sentimento la moneta allora diventa strumento di misericordia.
Per avere la rappresentazione di tale sentimento, occorre immaginare la miseria altrui, occorre pensarci. Pensarci non significa però pensare per decreto, come fa di solito il saggio e benpensante discepolo del legalismo, il quale è solo in grado di rappresentarsi nuovi strumenti fiscali, nuovi tributi, nuovi prelievi: per lui il nuovo è escogitare nuovi strumenti di sacrificio del popolo!
Come strumento di sacrificio, la moneta è infatti miseria e schiavitù, perché l'uomo è costretto ad appropriarsene, sentirla come cosa da rendere propria, privata, mentre dovrebbe essere sentita come cosa pubblica, cioè come un bene appartenente a tutti: qualcosa che appartiene già all'uomo, e che nessuno può monopolizzare come merce aliena. Si vedano le rondini: volano nel cielo pubblico, che ciascuna sente come suo. Il cielo di tutti è come il mare, i pesci, il vino, ed ogni frutto del pianeta; è come il pane, che va spezzato per tutti, distribuito come ricchezza di tutti.
Ecco perché il senso reale delle tasse è la risoluzione della miseria, e non la produzione della miseria, come di fatto oggi è. Ed ecco perché la miseria scompare con la misericordia e non col sacrificio.
Le tasse non sono un dovere. Sono un naturale diritto. L'esattore fiscale che se ne accorge, immediatamente si accorge anche che il suo lavoro di esattore ha senso solo se tale diritto è rispettato. Se manca il rispetto, non lo si può imporre con imposte sul reddito o con la dichiarazione dei redditi. Ognuno ha il diritto di dichiarare ciò che vuole, se vuole. Nessuno dev'essere costretto a dichiarare qualcosa. Io parlo se lo ritengo vantaggioso per me, o per te, se ti amo. Ma se ti amo e ti vedo in miseria non posso obbligarti a dirmi quanto lavori (se lavori!) o a quanto ammonta il tuo reddito per poi importi delle tasse su di esso per il tuo bene! Perché questa è alienazione.
Perciò Matteo segue Gesù, che è l'obiettore fiscale per eccellenza. Però ci vuole coraggio. E il coraggio della paura non è coraggio.
Il coraggio della paura è la base del militarismo. Il coraggio di avere compassione del misero è invece quello della misericordia.
Il coraggio della paura, in quanto contraddizione, presume il parziale ottenebramento della coscienza e l'esaltazione stolida di chi va tranquillamente e/o legalmente ad uccidere.
L'esattore fiscale fa paura perché entra in casa tua con un mandato per controllare la tua dichiarazione del reddito e per sanzionarti se scopre che tu, per esistere, sei costretto a dichiarare meno di quanto guadagni. La motivazione che ieri il pane costava meno rispetto ad oggi per lui non conta. Per lui conta la legalità, perché lui è come il militare obbediente che scarica bombe legali sulle città, o che spara in faccia alla gente e riceve per questo medaglie al valore, col volto irrigidito da eroica gravità. E chi gli appone sul bavero la medaglia da' al popolo l'esempio di amare le sue "eroiche" gesta.
È proprio con tale tipo di amore che gli evasori "amano" gli esattori. L'evasore fantozziano "ama" il coraggio della paura, della rapina fiscale e/o della sanzione, così come il capo di Stato mostra di amare il coraggio dello sterminio.
Si amano tutti.
Però Matteo, se vuole seguire Gesù, deve spiegare, prima a se stesso, e poi agli altri come mai tale amore per tutti è così facile facendo i conti col diritto di epicheia. Infatti "se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?" (Mt. 5,46). Questo "merito" è infatti quello dei pubblicani, cioè degli esattori fiscali.
E Matteo, prima della sua vocazione, era uno di questi.
I pubblicani riscuotevano le imposte per conto dell'autorità romana di occupazione, frodando il popolo. Esattamente come oggi. Perché l'autorità romana di occupazione è oggi lo Stato, mascherato da popolo (per rapinare meglio il popolo), e gestito da un comando centrale, che è tutt'altro che popolo, anche se è eletto da un tonnellaggio prevalente di carne popolare. Chi comanda è sempre colui che comanda (anche se Lenin considera "dittatura del proletariato" lo spurgo dittatoriale del dittatore di turno!). Nella dittatura, esattamente come nella fiscalità reddituale, "si amano tutti": tutti ricolmi del coraggio della paura!
Tutti infatti "amarono" il Duce, Hitler, Saddam, esattamente come tutti amiamo l'agente tributario mentre ispeziona la nostra casa o il nostro negozio o il nostro lavoro, cioè i nostri sacrifici... E gli offriamo il caffé!

Sono passati 2000 anni dalla conversione di Matteo, esattore fiscale, ma nessuno ne parla, e tanto meno il religionismo imperante.
Ciò significa che questi 2000 anni sono come due giorni, e che l'attuazione del programma di M
atteo per il bene sociale dei popoli ("Programma del Regno", scritto in 153 versetti: da Mt. 3,1 a Mt 7,29), abbisogna ancora di molta pazienza...

NOTE

(1) Cfr. http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/yj2458859/
(2) Anche se nel web ho volentieri criticato i metodi e gli atteggiamenti di Bellia in merito alla divulgazione della neofiscalità che auspica, non posso non condividere le sue idee, soprattutto quelle riguardanti la fiscalità monetaria ordinaria, in quanto assolutamente conformi, a mio avviso, al contenuto del concetto di misericordia, presente nel versetto di Osea qui esaminato.

(3) La parola ebraica “mishpàt” significa tanto “diritto” quanto “giudizio”.
(4) Cfr. le meditazioni dei monaci di Bose (Magnano - Belluno) sul libro del profeta Osea alla pagina
http://www.cistercensi.info/monari/2001/mp120601.htm: “Evidentemente non sono proibiti i sacrifici o gli olocausti; ma se questi vengono percepiti, pensati e vissuti come strumenti per manipolare la libertà di Dio, e quindi per fare di Dio uno strumento al servizio del proprio benessere, evidentemente siamo davanti ad una deformazione della religione; quindi non è questo l’ordine di giustizia. L’“ordine di giustizia” non vuole dire che Dio diventi il servo dell’uomo, ma che l’uomo diventi il servo di Dio; non che Dio diventi uno strumento perché l’uomo possa fare i suoi progetti, ma che l’uomo diventi strumento di Dio nel compimento del Suo – di Dio – progetto; e questo avviene esattamente attraverso l’«amore» e «la conoscenza di Dio». Credo che il discorso lo possiate ritrovare in Osea al cap. 8, 11-13, dice: «11 Efraim ha moltiplicato gli altari, ma gli altari sono diventati per lui un’occasione di peccato». È paradossale: “gli atti religiosi sono diventati per Efraim un’occasione di peccato”. Evidentemente: gli atti religiosi, perché l’immagine di Dio è stata deformata in una prospettiva magica, in cui con certi gesti si riescono a controllare le potenze sovrumane. Se la religione viene intesa così, evidentemente è deformante. «12 Ho scritto numerose leggi per lui, ma esse sono considerate come una cosa straniera. 13 Essi offrono sacrifici e ne mangiano le carni, ma il Signore non li gradisce; si ricorderà della loro iniquità e punirà i loro peccati: dovranno tornare in Egitto». Ancora, questo discorso lo potete ritrovare nel Salmo 50°; è molto significativo, e lo abbiamo già ricordato nella prima meditazione a motivo della convocazione in giudizio con cui il Salmo inizia. Dice: «7 Ascolta, popolo mio, voglio parlare, testimonierò contro di te, Israele». E dice nel Salmo che il Signore non accusa Israele di essere poco religioso: i sacrifici sono abbondanti, ne fanno fin troppi; quindi non è questo il motivo per cui il Signore è risentito contro Israele. Il motivo è un altro, dice: «14 Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli all’Altissimo i tuoi voti; 15 invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria». Il Signore promette il suo intervento, ma viene nel momento in cui l’uomo è capace di collocarsi davanti a Dio in un rapporto dialogico, “io – tu”; in un rapporto di comunicazione, di amicizia, di fiducia e di libertà, dove l’uomo viene coinvolto nella sua libertà, ma a Dio si lascia la sua libertà. Solo a questo punto il Signore garantisce la sua risposta come una risposta di salvezza. Capite che questo discorso: «6 voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti», esprime una visione globale della vita religiosa, quindi non è solo un modo di pensare il sacrificio, ma è un modo di pensare la vita dell’uomo di fede. Potete trovare nel Vangelo il richiamo a questo testo, che è amato da Matteo. Lo trovate al cap. 9, 13, dove si parla dell’accoglienza dei peccatori, e il modo con cui Gesù li accoglie è spiegato proprio con questo versetto: «Il Signore vuole l’amore e non il sacrificio». Anche al cap. 12, 7, dove si spiega e si difende l’atteggiamento dei discepoli che hanno mangiato il grano delle spighe in giorno di sabato, quindi viene difeso un atteggiamento che nasce da una povertà e da una debolezza a proposito dell’interpretazione della legge del sabato […] Pian piano sorge nella storia del mondo il giudizio di Dio, cioè la giustizia, “l’ordine di giustizia di Dio”. Quale sia questo ordine, lo abbiamo detto: “l’amore e non il sacrificio”, “la conoscenza di Dio più che gli olocausti”. Dove amore e conoscenza di Dio evidentemente s’intrecciano per esprimere l’atteggiamento di fiducia, di riconoscimento di Dio, di sottomissione concreta e obbediente al Signore”.

8.06.2006

Sul “peccato” di Gesù di Nazaret

Anche se so che tutti i mali del mondo, diretti ed indiretti,
provengono dal signoraggio bancario, io non raccolgo
adesioni antisignoraggio. Perché il tempo delle adesioni è finito.
Ora è cominciata una nuova era, in cui l’autenticità
della conoscenza si manifesta ridestando sacro amore,
capace di restituire all’uomo la chiave perduta della conoscenza.
Nereo Villa

Chi leggerà le seguenti parole è pregato... di pregare... e di riflettere sul senso del chiamare le cose col loro giusto nome. Ed occorre imparare a chiamare col suo nome soprattutto il "peccato" che il sinedrio imputò a Gesù per crocifiggerlo, dato che vedeva in Gesù un elemento destabilizzante e quindi pericoloso.
Gesù di Nazaret fu accusato di sedizione antitributaria (Luca 23,2). Oggi si direbbe di "incitamento all'evasione fiscale".
Nessuno ne parla. Oggi gli uomini che ci governano si scandalizzano, stracciandosi le vesti come facevano gli uomini del sinedrio, se qualcuno non paga le tasse. Ma sull’epicheia, cioè sulla giustezza ed equità, del pagare le tasse, tutti stanno supinamente zitti, dal più umile "fedele" perché non sa, alla più alta eminenza gerarchica, perché sa solo battersi il petto la domenica per le "omissioni". Questa "omissione" di verità è però molto grave, e soprattutto i teologi dovranno farne ammenda, dato che l’omissione è a questo riguardo come l'insabbiatura dell'ordine del valore delle cose testimoniate da un teste in un processo, e dato che il teste è l'evangelista Luca. Luca afferma infatti che, secondo l'"assemblea", Gesù SOBILLAVA IL POPOLO A NON PAGARE I TRIBUTI. Questo fatto, nella scala di valori espositivi espressa da Luca, è il motivo principale della crocifissione di Gesù. Per Luca infatti l'importanza dell’imputazione "incitamento all'evasione fiscale" supera quella di “farsi Re dei giudei”, altrimenti non l’avrebbe detta per prima. Infatti se io dico che una persona è condannata da tutti per due motivi, e li espongo, non è indifferente se dico prima questo motivo e poi quest'altro. Eppure alla gente è fatto credere che il primo motivo della crocifissione di Gesù sia quello che per Luca viene come secondo. Perché? Chi in base ai vangeli vuole affermare il vero non può negare, né omettere, ciò che di fatto si nega e si omette (salvo poi battersi il petto la domenica per “omissioni”), e cioè che il motivo principale della crocifissione di Gesù di Nazaret fu l'incitamento a non pagare le tasse. Ciò infatti porta ad una nuova categoria teologica, quella della CRISTIANITÀ DELL'EVASIONE FISCALE. E questo farebbe rivoltare e risorgere davvero il mondo. Specialmente il mondo imperialista rosso o nero! L’epicheia è dunque l’unica via possibile per uscire dal caos sociale attuale, anche se è la via che porta Gesù alla croce.

Etimologia di “epicheia”
(Voc. Etimologico Pianigiani, Ed. Melita)

Il luogo della responsabilità verso il futuro nostro e quello dei nostri figli è nel nostro pensare, nel nostro sentire e nel nostro agire, più che nelle forme teoretico-legali dei "modelli" di burocrazia o di democrazia, tanto più malate quanto impastate con la cattolicità di chi nasce cattolico senza mai diventare cristiano.

8.05.2006

Sul concetto di epicheia

Epicheia, termine greco che significa letteralmente “equità”, è il principio interpretativo che non tiene conto di una legge quando nel singolo caso il suo adempiersi risulti immorale. È la “politica reale” di Gesù. L’atteggiamento di Gesù è infatti sempre equo e solidale!
Il termine è presente anche in vocabolari italiani.
Nel Nuovo Testamento questo termine (epieikeia) è tradotto in italiano in diversi modi, per esempio con le parole "mansuetudine", "benevolenza", "mitezza", "affabilità", ecc.) in quanto “contrassegno tipico della signoria di Cristo: contro i sostenitori di un messianismo politico, Gesù respinge l'impiego della forza per stabilire il regno di Dio”(1). Ma in tal modo il Cristo-Gesù è ridotto ad una specie di Fantozzi mansueta.
Paolo di Tarso usa questo concetto per indicare l'atteggiamento caratteristico di Gesù di fronte ai suoi simili, e richiamandosi a questo suo esempio “esorta la chiesa in questo stesso senso” (ibid.):


- “Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e l'epicheia di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi” (2 Corinzi 10,1: “Autos de egô Paulos parakalô humas dia tês prautêtos kai epieikeias tou Christou, hos kata prosôpon men tapeinos en humin, apôn de tharrô eis humas”);
- “La vostra epicheia sia nota a tutti gli uomini” (Filippesi 4,5: “to epieikes humôn gnôsthêtô pasin anthrôpois”);
- “[Ricorda loro di essere] epicheici, mostrando ogni dolcezza verso tutti gli uomini” (Tito 3,1-2: “[...] epieikeis, pasan endeiknumenous prautêta pros pantas anthrôpous”);
- “non violento ma epicheico” (1 Timoteo 3,3: “mê plêktên, alla epieikê”).

Il termine è usato spesso e non solo da Paolo. Per es.: “[...] nella tua epicheia” (Atti 24,4: “[...] têi sêi epieikeiai”); “[...] non solo a quelli buoni ed epicheici” (1 Pietro 2,18: “ou monon tois agathois kai epieikesin”), ecc.
Per caratterizzare la mitezza di Gesù, Matteo non usa il termine "epicheia", ma "praypatìa", che significa "mitezza", dimostrando così che esiste differenza fra epicheia e praypatìa, e che pertanto la non caratterizzazione di tale differenza nelle varie traduzioni confessionali, significa una sola cosa: far scomparire l’epicheia.
Chi conosce l’“epicheia” sa che ogni legge ha bisogno di essere interpretata; e in base al detto “summum jus summa iniuria” sa pure che chi sta troppo attaccato alla legge , finisce per realizzare ingiustizia e tensioni. La legge infatti produce ira (“Lex enim iram operatur”, Rom. 4,15) e, se resa troppo rigida, è la rovina dell'uomo.

PER QUESTO MOTIVO ESISTEVA, ED ESISTE, L'EPICHEIA!
ESSA CONSISTE NELLA CAPACITÀ DI PRATICARE LO SPIRITO DELLA LEGGE, DI CAPIRLO, ANDANDO, SE NECESSARIO, CONTRO LA LETTERA.

In certe situazioni, per salvare l’intenzione della legge, bisogna infatti violarne la lettera.
L'essere umano è intelligente. Se usa l'intelligenza con temperanza, riesce a cogliere queste situazioni.
E Gesù, stando al racconto degli evangelisti, lo faceva sempre.
Un esempio: a che cosa serviva il sabato? Per l’Antico Testamento il sabato è un segno di libertà che Dio da’ ai suoi figli. Erano “schiavi in Egitto”. E in Egitto non c'era alcun sabato e neanche si poteva pensarci. In Egitto dovevano lavorare tutti i giorni, dalla mattina alla sera, perché comandava il faraone, ed al faraone interessava una sola cosa: che costruissero le città. Quindi questi uomini avevano ben poche prospettive di vita! E allora, quel settimo giorno, era il segno della loro libertà, e di quella vita nuova e libera che YHWH aveva operato in loro. Ecco perché curare in giorno di sabato deve stabilirlo Gesù, non la Bibbia (e ovviamente non il vangelo, che viene scritto dopo Gesù).
Basta leggere il vangelo per accorgersi che la concezione legale di Matteo, coincidendo con la pratica dell'epicheia, è la concezione legale stessa di Gesù:
“In quel tempo Gesù attraversò di sabato dei campi di grano; e i suoi discepoli ebbero fame e si misero a strappare delle spighe e a mangiare. I farisei, veduto ciò, gli dissero: «Vedi! i tuoi discepoli fanno quello che non è lecito fare di sabato»”. (Mt. 12,1-2)
“Non avete letto nella legge che ogni sabato i sacerdoti nel tempio violano il sabato e non ne sono colpevoli?” (Mt. 12,5)
“Il Figlio dell'uomo è signore del sabato” (Mt. 12,8)
“Per poterlo accusare, fecero a Gesù questa domanda: «È lecito far guarigioni in giorno di sabato?». Ed egli disse loro: «Chi è colui tra di voi che, avendo una pecora, se questa cade in giorno di sabato in una fossa, non la prenda e non la tiri fuori? Certo un uomo vale molto più di una pecora! È dunque lecito far del bene in giorno di sabato»” (Mt. 12,10-12)(2).
Dunque è chiaro: se il curare rientra nell'esperienza di liberazione e di libertà - dato che quando curi una persona, la liberi esattamente da un suo limite, da una sua povertà - allora, in giorno di sabato è lecito, secondo Gesù, guarire. Questo va contro la lettera della legge, ma non va certamente contro lo spirito, perché lo spirito è quello della libertà. Dio la legge del sabato la da' per liberare l’uomo e per impedirgli di diventare schiavo, non per mortificarlo o per impedirgli di diventare sano. Ecco perché l'azione basata su epicheia è corretta, anche se praticarla comporta problemi, in quanto il potere dell'iniquità cerca sempre di eliminarti se la metti in pratica. Soprattutto se come cittadino sovrano tenti di praticarla in senso tributario. Infatti “nessun popolo sovraccarico di tributi è fatto per dominare”(3).
“Entrò di nuovo nella sinagoga. C'era un uomo che aveva una mano inaridita, e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. Egli disse all'uomo che aveva la mano inaridita: «Mettiti nel mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell'uomo: «Stendi la mano!». La stese, e la sua mano fu risanata. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire” (Mc 3,1-6).
Ed oggi che il Signore dovrebbe averci liberati, succede che anziché essere un popolo libero, siamo ancora più schiavi, dato che il nostro "nuovo faraone" è talmente anticristiano che si fa chiamare "santo padre", contrariamente al consiglio di Cristo: "Non chiamate nessuno Padre". Certamente non è il papa che vuole questo.
Siamo noi, schiavi, che lo vogliamo!
Noi vorremmo forse lavorare non più come schiavi, ma nell'equità e come persone libere, che stanno al di sopra del valore del lavoro stesso...
Ma come è possibile attuare ciò senza attuare l'epicheia (dato che l’epicheia è l'equità stessa)?
È una storia vecchia questa.
Il primo a formulare con precisione il concetto di equità (epicheia) fu Aristotele, dicendo che non c'è contrapposizione tra equo e giusto, perché l'epicheia è GIUSTIZIA CONCRETA, cioè giustizia nel caso singolo. La sua funzione consiste nel correggere e completare la legge, la quale è, sì, finalizzata all'attuazione del giusto "ma è per sua natura universale e, non potendo prevedere ogni cosa, si deve limitare a disporre per ciò che accade nella maggior parte dei casi [...] Così, per es., mentre in generale la legge prescrive di restituire al proprietario quanto è stato ricevuto in deposito, nel caso particolare di un pazzo, o di un criminale, o di un terrorista che viene a riprendersi l'arma che ha lasciato in deposito, l'equità (epicheia) suggerisce di non restituirgliela"(4). Pertanto, attraverso la mediazione del principio di epicheia si attua l'adeguazione della norma astratta, al singolo caso concreto. Per questo motivo l'epicheia è stata giustamente chiamata la giustizia del caso singolo, per significare appunto che essa costituisce la mediazione concreta tra il principio astratto di giustizia, espresso nella norma, e le esigenze dei casi concreti.
L'istituto dell'epicheia "cioè il prodursi di un atto contro la legge sulla base di una autodeterminazione del soggetto, ad essa sottoposto, quando egli stesso ritenga che la rigida osservanza della legge medesima possa recargli un grave danno - questo danno potrebbe essere di natura spirituale, quando ad esempio, pur avendo assolto con scrupolo all'obbligo (sancito fra l'altro dal can. 748.1) di ricercare la verità, il fedele si sia formato la convinzione che l'osservanza della legge, lungi dal condurlo ad un'applicazione del comandamento della carità evangelica, si risolverebbe in un onere intollerabile per la sua coscienza (pure quando fosse invincibilmente erronea: Dignitatis Humanae, 2 s. 14)"(5) è in sostanza la caratteristica principale della rivelazione cristiana, ed è pertanto logico che informi tutto l'ordinamento canonico.
Ciò non significa che la dignità umana dipenda dal diritto canonico romano, dato che Roma non c'era ancora al tempo di Aristotele.
E neanche dobbiamo dipendere da Aristotele per decidere se compiere o no un atto, perché ciò sarebbe come dipendere da qualcuno per essere o no umani, o cristiani, e ciò ci farebbe ancora una volta schiavi.
Credo che ciò che conta sia conoscere la verità. Chi guizza via come un pesce da questa conoscenza è un fuggitivo che scappa da un faraone ad un altro faraone senza mai trovare un sabato per l'essere umano che sa di essere in se stesso ma da cui continuamente fugge. Costui ragiona come il politico che affermi: "Le leggi dicono che bisogna pagare le tasse. Perciò pagatele senza tante storie!", e s'indigna al solo pensiero di epicheia, esattamente come gli antichi capi delle sinagoghe si indignavano nei confronti di Gesù...
"Or il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato»" (Lc. 13,14).
A questi fuggitivi, che fuggono da se stessi, sempre più terrorizzati per la fine del mondo, fine che essi stessi promuovono a causa della loro totale mancanza di misericordia, vanno le parole: "Pregate che la vostra fuga non avvenga [...] di sabato" (Mt. 24,20).

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(1) L. Coenen - E. Beyreuther - H. Bietenhard, "Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento", EDB, Bologna, 1976.
(2) Vedi anche Mc. 2,23-24; 2,27-28; Lc. 4,31; 6,1-2; 6,5-7; 6,9; 13,10; 13,14-16; 14,1-5; Gv. 5,10-18; 7,22-23; 9,14-16.
(3) Francis Bacon in Pino Pisicchio "P4 ovvero Prontuario per il politico provetto", Ed. Levanta, Bari, 2003.
(4) Battista Mondin, "Dizionario enciclopedico del pensiero di S. Tommaso D'Aquino", Ed. Studio Domenicano, Bologna, 1991.(5) Cfr. il concetto di "legislatio libertatis" in Salvatore Berlingò, "Diritto Canonico", cit. 61 e ss., Ed. Giappichelli, Torino 1995.

Un caro saluto ad Ettore e a Nemiliz

Chi nasce cattolico e mai diventa cristiano è un nemico del genere umano: dato che non conosce l’epicheia di Gesù non può che essere nemico di se stesso e quindi di tutti, creduti giusti se “contribuenti”, cioè se tutti pagano imposte e tasse.
Il cattolico romano che mai diventa cristiano da’ per scontato che i “contribuenti” debbano pagare imposte e tasse, senza minimamente porsi la domanda sul perché esse esistano e cosa siano realmente. È forse questo l'effetto dell’essere cattolico praticante: automatismo spirituale per cui non si distingue più l’equo dall’iniquo? Epicheia significa equità. Iniquità è il contrario dell’equità. Gesù era epicheico e capace di verità, perché libero, non schiavo. Chi nasce cattolico senza mai diventare cristiano è invece fantozzianamente mite e la sua massima capacità è quella di dare per scontata la fiscalità reddituale che da molto tempo esiste, in quanto da sempre ha conosciuto solo quella, ed essa diventa ovvia: in altre parole, verità. Dunque la verità vi farà liberi, e la menzogna fa credenti? Pare proprio di sì.
Le imposte e le tasse sono denaro, denaro sudato dai cittadini attraverso il lavoro. E denaro che si da’ alla comunità stessa, rappresentata dalla persona giuridica "Stato", al fine di sostenere le spese pubbliche.
Tale concetto, di per sé, non è negativo ma è anzi segno di solidarietà, di comunità, di unità. Ognuno supporta (o così dovrebbe) la comunità nell'affrontare le spese che a tutti giovano (o così dovrebbero), in quanto unità collettiva. Il problema quindi non è la fiscalità in sé, ma la sua necessità. In altre parole: è necessario privarci di denaro per darlo alla comunità?
Questo lo puoi comprendere solo se comprendi cosa sono i soldi. E solo quando capiamo che i soldi sono istituzione pubblica, e dunque di proprietà dell’organismo sociale, dato che è l’organismo sociale stesso a crearli e ad accetarne il valore per convenzione, allora e solo allora possiamo comprendere come tale fiscalità non ha senso di esistere.
In altre parole, il potere di emettere denaro non è nelle mani dell’organismo sociale, come dovrebbe essere. È nelle mani di privati cittadini, ai quali è stato delegato tale enorme potere, a spese dello Stato e quindi di tutto l’organismo sociale. Questo è il nocciolo del problema.
Fiscalità dunque perché? Per supportare l’organismo sociale? Certamente. Ma equamente: vale a dire per coprire spese che l’organismo sociale può coprire solo se emette esso stesso quei soldi.
È però un dato storico che i prelievi fiscali, non essendo mai stati equi, non sono mai stati sufficienti a coprire tutte le spese pubbliche, dato che lo Stato fu poi “costretto” a chiedere soldi in prestito, emettendo obbligazioni (titoli di Stato), e creando così un debito pubblico che non dovrebbe esistere.
L’ignoranza dei nati cattolici senza mai divenire cristiani ha permesso che ciò avvenisse.
L’organismo sociale, avendo esso stesso il necessario compito di emettere soldi, deve farlo senza doversi indebitare con qualcuno, perché questo qualcuno non può ritenersi fuori ma dentro tale organismo. Dunque un organismo sociale che emetta soldi indebitandosi con se stesso sarebbe mera espressione di stupidità. Infatti se è creatore, attraverso legge, della moneta, è di conseguenza, il legittimo proprietario della moneta stessa.
Dunque dobbiamo riprenderci la nostra moneta.
Per attuare ciò dobbiamo smettere di privarci di denaro che, per sua natura, dovrebbe solo esserci dato dall’organismo sociale, e non esserci preso.
Capire cos'è il denaro è un passo fondamentale per liberarci da un sistema distorto di cui noi stessi, nella misura in cui nasciamo cattolici e mai diventiamo cristiani, siamo gli artefici.
Utilizziamo dunque il buon senso, il senso della misura. Utilizziamo l’epicheia cristiana.
Essere cattolici praticanti senza epicheia, significa ancora una volta essere schiavi e ignoranti.
Secondo l’evangelista Luca, il vero motivo della crocifissione di Gesù fu la sua predicazione sull’epicheia. Vale a dire: in quanto figli di Dio non abbiamo obblighi fiscali, però se sulla moneta c’è l’effigie di Cesare significa che è sua, dunque dategliela.
In democrazia però Cesare è il popolo. Come la mettiamo?
Cos’è infatti l’odierno “signoraggio bancario”(*) se non il diritto che aveva Cesare?
Se Cesare in democrazia è il popolo sovrano, "dare a Cesare quel che è di Cesare" significa dare al popolo quello che è del popolo. Se il popolo non sa il significato delle parole "Pagabile a vista al portatore", questo è segno della sua schiavitù, nella misura in cui l'astratto domina il concreto. Ma il "cittadino sovrano" non può farsi dominare. Altrimenti che sovrano è?
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(*) Il “signoraggio” è la concessione alle BANCHE CENTRALI (S.p.A. private con scopo di lucro, dunque tutt'altro che istituzioni pubbliche!) di emettere cartamoneta a costo tipografico e di cederla in prestito agli Stati, a prezzo pieno (valore nominale), gravata di interessi. L’ammontare di questi prestiti costituisce il Debito Pubblico di ogni Stato, sul quale si continuano a pagare perennemente interessi, in una crescita infinita. Tali interessi vengono pagati dai cittadini attraverso le imposizioni fiscali.