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EPICHEIA CRISTIANA È IL DIRITTO ED IL DOVERE DI NON PAGARE LE TASSE là dove lo Stato di diritto diventa diritto di Stato alla rapina legale, e dove la legge costringe al male da compiere: sottostare democraticamente alla mafia del potere finanziario, ed accettare il SIGNORAGGIO - deprecato da Gesù con le parole “Non chiamate nessuno SIGNORE” - che fa del cittadino un mafioso nella misura in cui accetta di pagare il pizzo di un debito inesigibile sotto forma di tasse.
Cos'è cambiato dai tempi dell'impero romano in merito al legalismo del prelievo dei tributi?
Con queste parole Matteo sembra indicare che la sua conversione rispetto alla precedente professione di ESATTORE FISCALE anela primamente ad individuare l'alienazione mentale nell'uomo, e poi a sanarla. Parlando dei missionari idonei all’attuazione del suo programma sociale (Mt. 3,1 - 7,29), Matteo infatti afferma che il missionario della nuova esigenza sociale (nuovo regno, regno di Dio) dev'essere innanzitutto edotto sul concetto di sanità e di malattia (Mt. 8,1 - 11,1): sani sono coloro che presentano l'offerta prescritta da Mosè come tassa consapevole, cioè come denaro di donazione, che testimonia l'individuale capacità conviviale di socialità: "[...] Presenta l'offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro" (Mt. 8,4); malati sono invece i lebbrosi, cioè coloro che non sono toccati dalla mano (Mt. 8,3) di chi sa rovesciare i banchi dei cambiavalute (Mt. 21,12), e i pubblicani che siedono ai banchi delle imposte, vale a dire gli esattori tributari, diagnosticati da Gesù come soggetti malati che hanno bisogno del medico: "[...] «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati" (Mt. 9,11-12). La malattia dei legisti è una malattia antica come il mondo, ed oggi si manifesta ancora attraverso decreti e leggi, come se fosse cosa buona e giusta per gli uomini amarsi per decreto. Ciò non fu mai gradito al dio degli Eloìm!Perché misericordia voglio, e non sacrifici,
la conoscenza degli Eloìm più degli olocausti (Osea 6,6)
Anticamente, per scrupolo di purezza, si evitava ogni rapporto con questi malati, cioè con i pubblicani e con ogni altro peccatore secondo la legge.
Gesù invece siede a mensa con gli esattori fiscali (Mt. 9,10) proprio perché questi discepoli del legalismo sono malati che devono essere curati.
La cura è spiegare loro il passaggio dal vecchio sistema di prelievo, che oggi si chiamerebbe reddituale (e che è purtroppo ancora quello attualmente vigente) al nuovo sistema di prelievo donativo.
Che significa prelievo reddituale o fiscalità reddituale?
Significa prelievo dal sudore della fronte, cioè dai sacrifici: mentre io lavoro per offrire il meglio di me al mondo, e soprattutto ai miei, per i quali mi sacrifico, tu, pubblicano, mi imponi il prelievo di una parte del risultato del mio sudore in nome della convivialità sociale. L'imposta sembra giusta. Però, se la si considera un po' più attentamente, ci si accorge che essa poggia su di un errore tecnico: l'errore consiste nel fatto che tutto l'"impianto" è condizionato dalla dichiarazione dei redditi, nel senso che se io dichiaro il giusto, l'economia funziona, altrimenti no. Dov’è il problema?
Il problema è sapere se è giusto dichiarare il giusto, di fronte al fatto che, per esempio, in Italia la riscossione delle imposte non funziona da almeno 21 secoli. E questo è un dato storico: basta leggere le famosissime Verrine, cioè le arringhe di Cicerone contro Verre in merito a gravi episodi di corruzione circa la riscossione delle imposte(1).
Sapere chi dichiara il giusto e sapere il motivo per cui è giusto dichiarare il giusto sono dunque per Matteo due conoscenze che non possono fargli proseguire la sua professione di agente tributario.
Egli decide di seguire Gesù.
Seguire Gesù significa agire secondo epicheia.
Agire secondo epicheia significa: pago il tributo se lo ritengo equo, non pago il tributo il cui impiego percepisco destinato a scopi ingiusti e immorali, come le guerre per esempio. E fino a prova contraria, la salute di ogni Stato si chiama guerra.
Le guerre si fanno perché con la fiscalità sui sacrifici (fiscalità reddituale attuale) si genera solo carestia e debito pubblico: "Le finanze devono essere riequilibrate" - diceva Cicerone nel 63 a.C. - "Il debito pubblico dev'essere ridotto. L'arroganza dei burocrati dev'essere mitigata e l'assistenza alle terre straniere ridotta, altrimenti Roma andrà in rovina"!
Ecco dunque perché l'errore tecnico della fiscalità sui sacrifici va risolto. Perché è dai tempi pre cristiani che dev'essere risolto, e non lo è.
Di fronte a questo problema il mondo si comporta ancora come se la concezione della sua rotondità non fosse mai nata, e come se nelle coscienze esso si presentasse ancora in forma piatta, o cubica, ecc.
Dev'essere assolutamente risolto questo problema, se si vuol parlare di essere cristiani (anche solo nel senso di essere umani).
Ecco perché Gesù, per spiegare la differenza fra sacrificio e misericordia, parlava con le parole del profeta Osea: MISERICORDIA IO VOGLIO E NON SACRIFICI (Osea 6,6), citate da Matteo (Mt. 9,13).
Ed ecco perché la conversione e la vocazione di Matteo sono all'insegna della conoscenza di questa differenza fra misericordia e sacrificio. L’esattore fiscale Matteo si accorge che i contenuti di questi due concetti sono in contraddizione, dato che coloro che sono in grado di essere misericordiosi non hanno alcun bisogno di attenersi a sacrifici prescritti dalla legge, e dato che chi pratica la misericordia non sente tale misericordia come dovere, ma come diritto alla felicità ed alla vita.
Chi oggi studia economia in modo meramente intellettuale ha una certa difficoltà a percepire la scienza economica come scienza della fraternità (o della solidarietà): proprio nella misura in cui è disabituato, e dunque incapace di distinguere fra misericordia e sacrificio. La comprensione dell'economia, esige una logica concreta, integrale, non meramente intellettuale, ma anche immaginativa, ispirativa, ed intuitiva. Con la mera logica intellettuale si può dimostrare tutto ed il contrario di tutto, e proprio per questo motivo, misericordia e sacrificio, bene e male, malignità e benignità, sono per l'economista universitario dei valori relativi (oggi infatti l'economia è diventata l'unica disciplina in cui due persone possono dividere un premio Nobel dicendo cose opposte: vedi http://web.tiscalinet.it/nonsoloeconomia/barzellette.htm ). E dato che nelle parole del profeta Osea “Perciocchè io gradisco benignità, e non sacrificio” (Osea 6,6) non vi sono le parole “denaro datato” o “fiscalità monetaria” egli non può rinvenirvi alcuna base per poter appoggiare una fiscalità benigna in luogo di una fiscalità maligna. Certamente ci sono anche le eccezioni, per esempio gli studi di Nicolò Giuseppe Bellia sulla fiscalità monetaria, che dal punto di vista profetico sopra citato, sono propedeutici alla distinzione moderna fra misericordia e sacrificio: ciò che l’uomo antico, in questo caso Osea, chiamava “sacrificio”, contrapponendolo alla benignità o alla misericordia, l’uomo moderno, in questo caso Bellia, chiama “fiscalità reddituale”, cioè prelievo dal reddito individuale, frutto di sudore e di sacrifici; ciò che invece Bellia chiama “fiscalità monetaria”, vale a dire prelievo dal capitale costituito dai valori monetari dell’intero pianeta (a partire dalla famiglia fino a tutti i popoli e società, costituite da intere popolazioni), per Osea era la tzedakà, o la “decima”, cioè la misericordia reale. In tal senso, tanto l’antica tzedakà quanto la futura “decima” della neofiscalità (fiscalità monetaria ordinaria) proposta da Bellia, non solo sono giuste ma sono sacre e sante(2).
Dice Osea: voglio l’amore e non il sacrificio (Osea 6,6). E questo è il diritto ed il giudizio(3), che i profeti da sempre sono chiamati a instaurare. È evidente che il versetto qui studiato scava un abisso tra due modi di raggiungere un mondo migliore: da un lato i sacrifici prescritti dalla legge, dall’altro l’amore, la misericordia. Vuole dire: uno è la tecnica religiosa, o la tecnica fiscale, l’altro è la dedizione personale. Forse la contrapposizione è un po’ semplificata, ma va in quella linea(4).
Dunque per chi sceglie come mestiere quello di controllare i tributi, osservarli come prelievo dal sacrificio, ed osservarli come prelievo dalla misericordia, è come osservare clinicamente infermità o sanità mentale.
Come la moneta è essenziale per la fiscalità sana, così il cuore è essenziale per la misericordia, perché la misericordia è il sentimento di carità per il quale la miseria altrui tocca il nostro cuore. Grazie a tale sentimento la moneta allora diventa strumento di misericordia.
Per avere la rappresentazione di tale sentimento, occorre immaginare la miseria altrui, occorre pensarci. Pensarci non significa però pensare per decreto, come fa di solito il saggio e benpensante discepolo del legalismo, il quale è solo in grado di rappresentarsi nuovi strumenti fiscali, nuovi tributi, nuovi prelievi: per lui il nuovo è escogitare nuovi strumenti di sacrificio del popolo!
Come strumento di sacrificio, la moneta è infatti miseria e schiavitù, perché l'uomo è costretto ad appropriarsene, sentirla come cosa da rendere propria, privata, mentre dovrebbe essere sentita come cosa pubblica, cioè come un bene appartenente a tutti: qualcosa che appartiene già all'uomo, e che nessuno può monopolizzare come merce aliena. Si vedano le rondini: volano nel cielo pubblico, che ciascuna sente come suo. Il cielo di tutti è come il mare, i pesci, il vino, ed ogni frutto del pianeta; è come il pane, che va spezzato per tutti, distribuito come ricchezza di tutti.
Ecco perché il senso reale delle tasse è la risoluzione della miseria, e non la produzione della miseria, come di fatto oggi è. Ed ecco perché la miseria scompare con la misericordia e non col sacrificio.
Le tasse non sono un dovere. Sono un naturale diritto. L'esattore fiscale che se ne accorge, immediatamente si accorge anche che il suo lavoro di esattore ha senso solo se tale diritto è rispettato. Se manca il rispetto, non lo si può imporre con imposte sul reddito o con la dichiarazione dei redditi. Ognuno ha il diritto di dichiarare ciò che vuole, se vuole. Nessuno dev'essere costretto a dichiarare qualcosa. Io parlo se lo ritengo vantaggioso per me, o per te, se ti amo. Ma se ti amo e ti vedo in miseria non posso obbligarti a dirmi quanto lavori (se lavori!) o a quanto ammonta il tuo reddito per poi importi delle tasse su di esso per il tuo bene! Perché questa è alienazione.
Perciò Matteo segue Gesù, che è l'obiettore fiscale per eccellenza. Però ci vuole coraggio. E il coraggio della paura non è coraggio.
Il coraggio della paura è la base del militarismo. Il coraggio di avere compassione del misero è invece quello della misericordia.
Il coraggio della paura, in quanto contraddizione, presume il parziale ottenebramento della coscienza e l'esaltazione stolida di chi va tranquillamente e/o legalmente ad uccidere.
L'esattore fiscale fa paura perché entra in casa tua con un mandato per controllare la tua dichiarazione del reddito e per sanzionarti se scopre che tu, per esistere, sei costretto a dichiarare meno di quanto guadagni. La motivazione che ieri il pane costava meno rispetto ad oggi per lui non conta. Per lui conta la legalità, perché lui è come il militare obbediente che scarica bombe legali sulle città, o che spara in faccia alla gente e riceve per questo medaglie al valore, col volto irrigidito da eroica gravità. E chi gli appone sul bavero la medaglia da' al popolo l'esempio di amare le sue "eroiche" gesta.
È proprio con tale tipo di amore che gli evasori "amano" gli esattori. L'evasore fantozziano "ama" il coraggio della paura, della rapina fiscale e/o della sanzione, così come il capo di Stato mostra di amare il coraggio dello sterminio.
Si amano tutti.
Però Matteo, se vuole seguire Gesù, deve spiegare, prima a se stesso, e poi agli altri come mai tale amore per tutti è così facile facendo i conti col diritto di epicheia. Infatti "se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?" (Mt. 5,46). Questo "merito" è infatti quello dei pubblicani, cioè degli esattori fiscali.
E Matteo, prima della sua vocazione, era uno di questi.
I pubblicani riscuotevano le imposte per conto dell'autorità romana di occupazione, frodando il popolo. Esattamente come oggi. Perché l'autorità romana di occupazione è oggi lo Stato, mascherato da popolo (per rapinare meglio il popolo), e gestito da un comando centrale, che è tutt'altro che popolo, anche se è eletto da un tonnellaggio prevalente di carne popolare. Chi comanda è sempre colui che comanda (anche se Lenin considera "dittatura del proletariato" lo spurgo dittatoriale del dittatore di turno!). Nella dittatura, esattamente come nella fiscalità reddituale, "si amano tutti": tutti ricolmi del coraggio della paura!
Tutti infatti "amarono" il Duce, Hitler, Saddam, esattamente come tutti amiamo l'agente tributario mentre ispeziona la nostra casa o il nostro negozio o il nostro lavoro, cioè i nostri sacrifici... E gli offriamo il caffé!
Sono passati 2000 anni dalla conversione di Matteo, esattore fiscale, ma nessuno ne parla, e tanto meno il religionismo imperante.
Ciò significa che questi 2000 anni sono come due giorni, e che l'attuazione del programma di Matteo per il bene sociale dei popoli ("Programma del Regno", scritto in 153 versetti: da Mt. 3,1 a Mt 7,29), abbisogna ancora di molta pazienza...
NOTE
(1) Cfr. http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/yj2458859/
(2) Anche se nel web ho volentieri criticato i metodi e gli atteggiamenti di Bellia in merito alla divulgazione della neofiscalità che auspica, non posso non condividere le sue idee, soprattutto quelle riguardanti la fiscalità monetaria ordinaria, in quanto assolutamente conformi, a mio avviso, al contenuto del concetto di misericordia, presente nel versetto di Osea qui esaminato.
Chi leggerà le seguenti parole è pregato... di pregare... e di riflettere sul senso del chiamare le cose col loro giusto nome. Ed occorre imparare a chiamare col suo nome soprattutto il "peccato" che il sinedrio imputò a Gesù per crocifiggerlo, dato che vedeva in Gesù un elemento destabilizzante e quindi pericoloso.
Gesù di Nazaret fu accusato di sedizione antitributaria (Luca 23,2). Oggi si direbbe di "incitamento all'evasione fiscale".
Nessuno ne parla. Oggi gli uomini che ci governano si scandalizzano, stracciandosi le vesti come facevano gli uomini del sinedrio, se qualcuno non paga le tasse. Ma sull’epicheia, cioè sulla giustezza ed equità, del pagare le tasse, tutti stanno supinamente zitti, dal più umile "fedele" perché non sa, alla più alta eminenza gerarchica, perché sa solo battersi il petto la domenica per le "omissioni". Questa "omissione" di verità è però molto grave, e soprattutto i teologi dovranno farne ammenda, dato che l’omissione è a questo riguardo come l'insabbiatura dell'ordine del valore delle cose testimoniate da un teste in un processo, e dato che il teste è l'evangelista Luca. Luca afferma infatti che, secondo l'"assemblea", Gesù SOBILLAVA IL POPOLO A NON PAGARE I TRIBUTI. Questo fatto, nella scala di valori espositivi espressa da Luca, è il motivo principale della crocifissione di Gesù. Per Luca infatti l'importanza dell’imputazione "incitamento all'evasione fiscale" supera quella di “farsi Re dei giudei”, altrimenti non l’avrebbe detta per prima. Infatti se io dico che una persona è condannata da tutti per due motivi, e li espongo, non è indifferente se dico prima questo motivo e poi quest'altro. Eppure alla gente è fatto credere che il primo motivo della crocifissione di Gesù sia quello che per Luca viene come secondo. Perché? Chi in base ai vangeli vuole affermare il vero non può negare, né omettere, ciò che di fatto si nega e si omette (salvo poi battersi il petto la domenica per “omissioni”), e cioè che il motivo principale della crocifissione di Gesù di Nazaret fu l'incitamento a non pagare le tasse. Ciò infatti porta ad una nuova categoria teologica, quella della CRISTIANITÀ DELL'EVASIONE FISCALE. E questo farebbe rivoltare e risorgere davvero il mondo. Specialmente il mondo imperialista rosso o nero! L’epicheia è dunque l’unica via possibile per uscire dal caos sociale attuale, anche se è la via che porta Gesù alla croce.
Etimologia di “epicheia”
(Voc. Etimologico Pianigiani, Ed. Melita)
Il luogo della responsabilità verso il futuro nostro e quello dei nostri figli è nel nostro pensare, nel nostro sentire e nel nostro agire, più che nelle forme teoretico-legali dei "modelli" di burocrazia o di democrazia, tanto più malate quanto impastate con la cattolicità di chi nasce cattolico senza mai diventare cristiano.
Epicheia, termine greco che significa letteralmente “equità”, è il principio interpretativo che non tiene conto di una legge quando nel singolo caso il suo adempiersi risulti immorale. È la “politica reale” di Gesù. L’atteggiamento di Gesù è infatti sempre equo e solidale!
Nel Nuovo Testamento questo termine (epieikeia) è tradotto in italiano in diversi modi, per esempio con le parole "mansuetudine", "benevolenza", "mitezza", "affabilità", ecc.) in quanto “contrassegno tipico della signoria di Cristo: contro i sostenitori di un messianismo politico, Gesù respinge l'impiego della forza per stabilire il regno di Dio”(1). Ma in tal modo il Cristo-Gesù è ridotto ad una specie di Fantozzi mansueta.
Chi nasce cattolico e mai diventa cristiano è un nemico del genere umano: dato che non conosce l’epicheia di Gesù non può che essere nemico di se stesso e quindi di tutti, creduti giusti se “contribuenti”, cioè se tutti pagano imposte e tasse.
In altre parole, il potere di emettere denaro non è nelle mani dell’organismo sociale, come dovrebbe essere. È nelle mani di privati cittadini, ai quali è stato delegato tale enorme potere, a spese dello Stato e quindi di tutto l’organismo sociale. Questo è il nocciolo del problema.